green

05 novembre 2014

Una critica all'archeologia "necrofila". Il complesso rapporto con il monumento.

ricostruzione arena colosseo franceschini manacorda roma


La domanda da porsi è: qual'è il giusto compromesso tra ripristino e/o ricostruzione storica che riporta il monumento alla sua originaria forma (spesso espressione della sua funzione) e un restauro "leggero" che mantenga tutte le stratificazione storiche (aggiunte e asportazioni)?

Sulla proposta di ripristino dell'arena del Colosseo, avanzata dal Ministro Franceschini, una illuminante risposta di Daniele Manacorda Archeologo e Professore Ordinario di Metodologia della ricerca archeologica dell'Università Roma Tre.

(estratto)

"È esistita, ed esiste tuttora - noi archeologi dobbiamo confessarlo per primi - un'archeologia necrofila, un modo di concepire e praticare l'intervento sui monumenti e le stratificazioni antiche come un'insana esposizione delle cose morte. Intendiamoci: l'anatomia dei cadaveri ha dato vita alla scienza moderna, aprendosi la strada tra divieti religiosi e tabù ancestrali, e anche l'archeologia praticando l'anatomia del terreno, vive frugando nelle viscere delle case rotte, scartate, non più funzionanti.

Ma analizzare scientificamente un monumento e trarne tutte le informazioni storiche che ne derivano non ha nulla a che vedere con l'ostentazione della sua morte. Fatta l'autopsia, il medico legale ricuce il cadavere. Scavato un monumento, l'archeologia dovrebbe generalmente riseppellirlo, specie se manca un progetto valido di valorizzazione. E se quel monumento è sempre stato lì? Se - come nel caso del Colosseo - quell'ammasso di pietre, prima di diventare ai nostri occhi un monumento, era stato una rovina, una di quelle grandi rovine che hanno dato senso e fascino alla storia millenaria di Roma?"


D. Manacorda