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17 febbraio 2014

Rafael Moneo. Misura e contesto



 <<L’architettura, invece, la presenza fisica di un edificio, può riscattare un luogo dal suo “ovunque”. L’analogia fra edifici e oggetti ignora completamente la natura dell’architettura che cerca, invece, di integrarsi con il contesto, amplificare e creare identità. Il che significa che chi disegna edifici e città ha il privilegio, e l’impegno, di considerare l’insieme per progettare. 
Gli edifici sono frammenti di città, episodi che difficilmente possono essere considerati isolatamente, ma come sostanza di quella che denominiamo città.>>
Rafael Moneo, Bologna 2013
 
Ripercorrendo e indagando i progetti che Rafael Moneo è stato incaricato di realizzare negli ultimi venti anni è impossibile non notare  quanto molte di queste occasioni abbiano comportanto una sfida con contesti delicati e "esigenti". Nello stesso periodo, negli anni a cavallo con il terzo millennio, le archistar gareggiavano troppo spesso ad una monumentalità atopica e non di rado autistica. Moneo ha tentato, all'opposto, di ricondurre il problema del progetto ad una dimensione di radicamento con il topos. Al contrario, il leit motiv di Moneo è stato sempre chiaro: lo studio e la conseguente dimostrazione della imprescindibile esistenza di una ratio urbis ineludibile e cogente, di quanto gli edifici siano <<indissolubilmente legati alla città e solo pensando ad essa abbia senso fare architettura>>. Nelle sue opere è facilmente riscontrabile una tensione costante dell'oggetto architettonico ad incorporare e/o farsi assorbire dal contesto pur mantenendo la sua autonomia e il suo carattere come opera nuova.
 
La questione contesto è quindi strategica per Moneo che rintraccia già nelle esperienze del Team X la necessità di approfondire la relazione paesaggio fisico e umano con il tema del progetto. E' la ricerca di un equilibrio espressivo tra due opposti atteggiamenti su cui si è focalizzata la riflessione architettonica degli ultimi cinquanta anni rispetto al tema della preesistenza: da un lato un atteggiamento prossimo ad una <<sottomissione stilistica>> dall'altro la rivendicazione di una completa libertà di intervento <<ignorando le circostanze concrete>>.

Il Museo del Teatro romano a Cartagena, completato nel 2008, è emblematico nell'esprimere il senso dell'approccio di Moneo al contesto, in un luogo dove la presenza si un imponente sito archeologico sembra rappresentare più un vincolo che una risorsa, a patto di trovare un nuovo dialogo tra il presente e il passato. Il progetto infatti opera un'azione di recupero di quest'ultimo innestandosi strategicamente in soli due punti del tessuto consolidato e capace di catalizzare e generare nuovi itinerari di conoscenza e di utilizzazione del luogo città antica-contemporanea, riuscendo nell'obiettivo di metabolizzare il grande sito archeologico con la città.
 
Per il Municipio di Murcia (1997-1998) Moneo si è trovato di fronte alla sfida di completare la parte terminale di una spina edilizia che approda nella piazza barocca della cittadina su cui si fronteggiano due importanti edifici storici: la cattedrale del XVI secolo e il palazzo vescovile del XVIII. L'elemento critico e più importante da risolvere è stato la facciata, dispositivo principale del dialogo con l'ambiente circostante. L'architetto struttura un sdoppiamento tra il corpo terminale della spina e il fronte sulla piazza creando una sorta di facciata-tralicco con una partitura ritmica in funzione dell'altezza. Il risultato è quello di un frame che nuovamente mette in campo una mediazione delicata tra un linguaggio contemporaneo e un'importante preesistenza.
 
Una ulteriore occasione per dimostrare un possibile esito positivo del dialogo tra contesto e progetto contemporaneo gli viene offerto  per il Northwest Corner Building della Columbia University a Manhattan, New York. Il contesto è diverso, più recente e rigidamente regolato dalla grid neworkese, costituito dal Campus progettato da McKim, Mead and White alla fine dell'ottocento. Il nuovo edificio, si colloca in uno degli angoli dei regolari isolati del Campus e il primo problema che si trova a risolvere è quello di doversi innalzare al di sopra di una grande palestra già presente nell'area di progetto. La torre, che funge da nuova porta al Campus una volta che la sua estensione a nord (su progetto di Renzo Piano) sarà terminata, trova il suo rapporto con il contesto attraverso la metabolizzazione di una ortogonalità che Moneo rintraccia nella storia stessa dell'impianto del Campus, parlando di <<figure primarie>> del progetto. Da questa logica discende anche la stereometria del volume che in un alternasi di membrature piene e semipiene genera una mutevole compattezza rafforzata dal massivo basamento lapideo che racconta l'esistenza di un ingrediente antecedente al progetto stesso ma ibridato nel linguaggio complessivo.