green

16 luglio 2013

Palazzine borghesi, un'invenzione nata a Roma

Il 28 maggio 2013 è apparso sul Corriere della Sera l'articolo di G. Pullara: Palazzine borghesi, un'invenzione nata a Roma. Particolare lettura dell'evoluzione della palazzina romana. Alcune affermazioni e citazioni potrebbero essere criticabili; la parte interessante è la cronostoria di un tipo edilizio  che si espanse velocemente e fortunosamente in tutto il Paese.

Armando Iacovantuono

“Un secolo fa, secondo i piani urbanistici del Comune, Roma doveva espandersi con ampi fabbricati d’abitazione e villini. Nuovi quartieri come Nomentano, Salario, Pinciano, Monteverde e Parioli sarebbero diventati eleganti zone alto-borghesi a corona della città storica. Ma dopo la Grande Guerra la società cambia e si divarica: si rafforzano gli strati popolari e al tempo stesso emerge un ceto medio che cerca spazio. E casa. Cadono le previsioni sui villini e, con un regio decreto, nel 1920 si passa ad una nuova tipologia edilizia: la palazzina. Ha numerosi pregi. Richiede un investimento limitato, si fa in poco tempo, è venduta subito e bene. Un affare per chi la costruisce. Le regole ci sono: quattro prospetti, un fronte di 25 metri, quattro piani più attico, distacchi dai vicini di 5,70 metri. È destinata alla borghesia emergente: c’è il salotto, lo studio, più tardi i doppi servizi, l’ascensore. 
Quando non c’è il marmo, c’è il «marmoridea», sua abile replica. Spesso la progettano validi architetti, che si cimentano a gara con nuove tecniche, nuovi materiali, nuove idee. Aschieri, Capponi, Piacentini e poi Ridolfi, De Renzi, Busiri Vici, Libera a Ostia, Piccinato, Plinio Marconi, Gio’ Ponti. In pieno conflitto, nel 1942, sul lungotevere Flaminio appare una facciata fatta di volumi e non di strutture: la «Furmanik» di De Renzi e Calza Bini. Nel secondo dopoguerra la palazzina romana fa boom: dilaga in tutta la città. Quella di Luigi Moretti, «Il Girasole» (1950) a viale Bruno Buozzi è un must. Tante belle, qualcuna super, tantissime semplici copie furbescamente trattate da costruttori praticoni che sguinciano tra norme tecniche e regolamento edilizio per fare più soldi, insaziabili: ecco i veri «palazzinari», quelli


del nostro senso comune, piccoli e poi grandi speculatori che hanno disseminato «finte» palazzine seriali ovunque, comprese le periferie, provocando, come dice Paolo Portoghesi, «la destrutturazione della forma urbana». 
Un poderoso volume («Palazzine romane» di Alfredo Passeri, ed. Aracne, 1200 pagine) col tracciare la storia di questa invenzione dell’edilizia cittadina – ripresa in tutt’Italia con echi all’estero – ci accompagna nell’evolversi della cultura urbana di Roma accennando anche alla sua storia sociale. Con il diffondersi della palazzina si assiste all’affermarsi di quella borghesia che finisce per impadronirsi della città suggerendo un modello di abitazione cui aspira via via quel ceto medio che riesce a sottrarsi ai fabbricati intensivi. Lo strumento della cooperativa edilizia favorisce il diffondersi di una modalità abitativa che diventa un vero e proprio status symbol. Docente a Roma Tre, Passeri si è avvalso di un lavoro pluriennale di raccolta dati dei suoi studenti (elencati per nome) arricchendo il libro di saggi, contributi e testimonianze. 
Le decine di palazzine presentate con schede tecniche e autori costituiscono l’argomento con cui viene lanciato un appello: queste opere architettoniche di qualità vanno tutelate e conservate quali autentici beni culturali della città, in qualche caso vere «opere d’arte» ridotte ad uno stato di degrado per la cattiva manutenzione. Un richiamo destinato probabilmente a incontrare qualche diffidenza poiché alla palazzina, soprattutto nel secondo Novecento, sono legate le immagini della facile speculazione immobiliare, di una società rampante, di ambizioni private, insomma di una serie di vanità sviluppate in contemporanea con dure lotte sociali che comprendevano anche la rivendicazione del diritto alla casa (popolare).
Il repertorio delle palazzine d’autore non vuole essere esaustivo ma indicativo, alludendo all’opportunità di riconoscere e difendere dall’incuria un enorme bacino di architettura di qualità sparso in tanti quartieri. All’ultimo esempio citato, l’edificio di Portoghesi e Gigliotti al Nomentano detto «Casa Papanice» (1970), avvolto in un cromatismo organico, potremmo aggiungere l’«inconsueta e sorprendente» (Purini) opera di Paola Rossi e Massimo Fagioli (Palazzetto Bianco, 2005) non lontano dal Cupolone, a testimonianza che la tipologia «a palazzina» ancora spinge alla sperimentazione architettonica. Ma si tratta di uno dei rari acuti che si alzano da un coro ottuso: i «palazzinari» sono stati superati dai loro successori, che per fare soldi non costruiscono più verso il cielo ma sottoterra prestigiosissimi box per auto.”

G. PULLARA