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30 luglio 2013

Sky City One: lavori già bloccati per il grattacielo più alto del mondo



La costruzione del più alto grattacielo al mondo a Changsha in Cina sembra non avere pace. Il presidente della società incaricata della costruzione (la Broad Group) aveva dichiarato che i lavori sarebbero terminati in meno di un anno, tempo record grazie all'uso di elementi prefabbricati. Ma dopo tante rinvii e polemiche i cantieri sono stati bloccati dalle autorità poco dopo l'inizio; sembrerebbe che "alcune delle procedure necessarie ad ottenere l'autorizzazione non siano state seguite". Alcuni siti riportano come causa la possibile presenza di rischi sul cantiere. L'agenzia Xinhua, voce ufficiale del governo, ha sottolineato che i costruttori non hanno ancora ricevuto i permessi, quindi i tempi di costruzione non verranno rispettati. Secondo l'Ansa, i maggiori dubbi sollevati riguarderebbero la capacità dell'impresa responsabile della costruzione di gestire una costruzione così complessa.

Dispiace dover constatare l'omogeneità del trattamento dei prospetti che insieme alla scelta di un profilo rastremato dal ritmo costante e simmetrico conferisce all'edificio un aspetto alquanto monotono e dal carattere anacronistico. D'altronde qualsiasi scelta linguistica articolata avrebbe comportato un aumento dei costi di costruzione.Non viene in mente subito la proposta che Eliel Saarinen elaborò per il concorso del Chicago Tribune nel 1922? 

Eliel Saarinen, 
Chicago Tribune. 
1922 (proposta)
Alcune caratteristiche e dati dello Sky City One: altezza: 838 metri rubando così il primato il primato al Burj Khalifa di Dubai alto 828 metri; costo dell'opera: 650 milioni di euro; 208 piani per un'altezza complessiva di 838 metri. Una superficie utile di 1,05 milioni di mq, di cui l'83% sarà destinata a spazio abitativo per 17.000 persone; il 5% della superficie ospiterà un albergo da 1.000 posti letto; la restante parte sarà suddivisa tra servizi vari come quelli dedicati allo sport (es:: previsti 10 campi da tennis); 17 eliporti e 104 ascensori ad alta velocità. La novità più interessante riguarda però la costruzione al suo interno di una "fattoria verticale" in grado di fornire cibo agli oltre 30.000 residenti: «La gente troverà nell'edificio la maggior parte delle cose di cui ha bisogno e potrà non allontanarsi dalla struttura» spiega il presidente del Developer Broad Group.

Il Daily Telegraph ricorda che la Cina ospita ben quattro dei dieci grattacieli più alti al mondo. Intanto il prossimo anno sarà inaugurata la Shangai Tower, che con i suoi 632 metri otterrà il primato di edificio più alto dell'Asia.

Armando Iacovantuono

© Broad Sustainable Building
© Broad Sustainable Building
© Broad Sustainable Building
© Broad Sustainable Building
© Broad Sustainable Building
© Broad Sustainable Building
il sistema prefabbricato che accelera i tempi di costruzione 
© Broad Sustainable Building
orditura strutturale  con le 4 rastremazioni previste 
© Broad Sustainable Building
comportamento della struttura portante in caso di sisma
© Broad Sustainable Building
il sistema di trasporto permette il carico di due moduli prefabbricati con le rispettive compontenti di assembraggio
© Broad Sustainable Building
© Broad Sustainable Building




24 luglio 2013

Il complesso residenziale Habitat 67 e Leonard Cohen

Gli anni '60 sono gli anni della fine del pensiero Moderno.
Nelle arti, nelle scienze umane, nella filosofia si sviluppano nuovi filoni di pensiero, in parte reazioni. Alcuni storici definiscono questo decennio come "della frammentazione del pensiero". Nascono "isole" di ricerca all'interno delle quali ogni architetto sviluppa e approfondisce un tema (sono gli anni delle opere più conosciute di Saarineen, Utzon, ma anche di Sharun, ecc.) Si inseriscono in questo panorama anche gli studi sull'abitazione cellullare e il suo sistema aggregativo del giovane architetto israelo-canadese Moshe Safdie.
A soli 25 anni, partendo dal progetto sviluppato per la sua tesi di laurea, nasce Habitat 67, complesso edilizio costruito per tempo in occasione dell'Esposizione universale di Montréal del 1967. Fu realizzato soltanto in minima parte rispetto al progetto iniziale (12 piani realizzati invece che 22), costituito da 158 unità abitative sviluppate in 15 tipi differenti e con tagli da 57 mq a casa da 160 mq. 
Fu un audace esperimento sia per le modalità abitative che innescava un edificio costituito da così tante cellule "accatastate", sia per quel che riguarda la sua tecnologia costruttiva. L'intero complesso è infatti composto da elementi prefabbricati assemblati con tiranti cavi così da permettere grandi porzioni sospese.
L'esito finale è  fu una macrostruttura, tendenza - quella della macro scala - che si affermava anche in Italia negli stessi anni. Il progetto scatena l'ira dei critici per l'esotica forma frastagliata, altri invece ne apprezzano il sapiente gioco di incastri che permette, a ognuno dei 15 tipi di alloggi, di avere un terrazzo e un'ottima vista.

Nel 2001 esce In my secret life di Leonard Cohen, il cui videclip è stato girato all'interno di Habitat 67, visibile in fondo al post. 

Armando Iacovantuono


via studio3postindustrial.wordpress.com
© (2001) Canadian Architecture Collection, McGill University
via studio3postindustrial.wordpress.com
by Ykah via Wikimedia Commons
via ethel-baraona.tumblr.com
© (2001) Canadian Architecture Collection, McGill University
by Gergely Vass via Wikimedia Commons

19 luglio 2013

blog segnalato

Ringrazio l'Associazione culturale Amore e Psiche per aver segnalato il mio blog, ed in particolare il post qui di seguito, all'interno della sua rubrica costituita da segnalazioni di blog a contenuto culturale....con l'ulteriore onore da parte dell'autore Walter Di Mauro di far seguire il mio semplice appunto alla citazione di Purini di un progetto di edilizia residenziale recente a Roma.



16 luglio 2013

Palazzine borghesi, un'invenzione nata a Roma

Il 28 maggio 2013 è apparso sul Corriere della Sera l'articolo di G. Pullara: Palazzine borghesi, un'invenzione nata a Roma. Particolare lettura dell'evoluzione della palazzina romana. Alcune affermazioni e citazioni potrebbero essere criticabili; la parte interessante è la cronostoria di un tipo edilizio  che si espanse velocemente e fortunosamente in tutto il Paese.

Armando Iacovantuono

“Un secolo fa, secondo i piani urbanistici del Comune, Roma doveva espandersi con ampi fabbricati d’abitazione e villini. Nuovi quartieri come Nomentano, Salario, Pinciano, Monteverde e Parioli sarebbero diventati eleganti zone alto-borghesi a corona della città storica. Ma dopo la Grande Guerra la società cambia e si divarica: si rafforzano gli strati popolari e al tempo stesso emerge un ceto medio che cerca spazio. E casa. Cadono le previsioni sui villini e, con un regio decreto, nel 1920 si passa ad una nuova tipologia edilizia: la palazzina. Ha numerosi pregi. Richiede un investimento limitato, si fa in poco tempo, è venduta subito e bene. Un affare per chi la costruisce. Le regole ci sono: quattro prospetti, un fronte di 25 metri, quattro piani più attico, distacchi dai vicini di 5,70 metri. È destinata alla borghesia emergente: c’è il salotto, lo studio, più tardi i doppi servizi, l’ascensore. 
Quando non c’è il marmo, c’è il «marmoridea», sua abile replica. Spesso la progettano validi architetti, che si cimentano a gara con nuove tecniche, nuovi materiali, nuove idee. Aschieri, Capponi, Piacentini e poi Ridolfi, De Renzi, Busiri Vici, Libera a Ostia, Piccinato, Plinio Marconi, Gio’ Ponti. In pieno conflitto, nel 1942, sul lungotevere Flaminio appare una facciata fatta di volumi e non di strutture: la «Furmanik» di De Renzi e Calza Bini. Nel secondo dopoguerra la palazzina romana fa boom: dilaga in tutta la città. Quella di Luigi Moretti, «Il Girasole» (1950) a viale Bruno Buozzi è un must. Tante belle, qualcuna super, tantissime semplici copie furbescamente trattate da costruttori praticoni che sguinciano tra norme tecniche e regolamento edilizio per fare più soldi, insaziabili: ecco i veri «palazzinari», quelli


02 luglio 2013

natura e città, San Francisco

Questo cortometraggio del fotografo di Oakland Simon Christen, intitolato Adrift, è stato girato nella baia di San Francisco con la tecnica del time-lapse. Il suo autore lo definisce “Una lettera d’amore alla nebbia della città”.
“Per circa due anni, ogni volta che il tempo sembrava promettente, mi sono svegliato alle 5, e ho fatto 45 minuti di auto verso i promontori di Marin e ho puntato il mio obiettivo verso il Golden Gate Bridge”, racconta Simon Christen.


un consiglio: accendete l'audio e guardatelo a tutto schermo