green

08 aprile 2013

la muta/matura-zione dell'ultimo Mies

Quello che segue è un post rivisto alla luce dell'appunto che più di un collega e amico mi ha fatto sulla sbrigatività con cui ho criticato, declassando, le opere dell'ultimo ventennio del Maestro; accolgo con piacere l'appunto esplicitando molti concetti ma rimanendo allo stesso tempo sintetico come vuole essere lo spirito di questa riflessione.

Vedendo la foto di un opera di Mies degli anni '50 del secolo scorso non ho potuto che pensare alla mutazione che il Maestro ebbe nel periodo finale della sua esistenza. Ho commentato la foto scrivendo: <<il declino di Mies >>, e qualcuno ha obiettato il contrario.

Ripercorrendo recentemente le opere di Mies mi sono associato, sempre più, all'opinione che alcuni storici ne danno degli ultimi suoi 15-20 anni di lavoro: il ripensamento (e rinnegamento?) di quei concetti che furono pionieristici per l'epoca, a favore di un inaridimento compositivo. Mies degli anni '20-'30, propone per la prima volta nell'architettura moderna un sistema di spazi interconnessi interno-esterno: pensiamo al Progetto per una casa di campagna in mattoni del 1924, oppure a Casa Tugendhat opera del 1928, oppure ancora al  Padiglione di Barcellona, sempre di quegli anni. Vedasi anche il progetto per case a patio degli anni '30. L'impianto tenta l'ibridazione, il continuo dialogo, contrasto, attrito, fusione dello spazio...tutto sembra fluire. Quando parlo perciò di inaridimento intendo una sensazione di sterilizzazione che si ha leggendo negli impianti degli anni '50-'60 la sottrazione sempre maggiori di quegli elementi che messi come reagenti nello spazio interno, creavano ambiti, spazi, filtri, ma allo stesso tempo dialogavano con l'esterno risucchiandolo tentanto il coinvolgimento, a volte risucchiandolo, e viceversa.

Ebbene, lentamente a partire dagli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale Mies "impoverisce" lo spazio, lo raffredda, lo rende algido e indifferente a quel che accade appena fuori; l'influenza del modello industriale e quindi della serialità e del modulo si impossessano di lui. L'ostinazione modulare la scopriamo così nella pianta dell'IIT a Chicago, dove impianto del Campus è una tavola che si cala nella maglia ortogonale della città, ad unificare volumi setereometrici dalla pelle "monotona". Ritmi, colori, forme nella rigidità. Il risultato è  uno spazio indifferenziato, volutamente indifferenziato, e come qualcuno ha definito:"totale". Scompare quel dinamismo in pianta che suggeriva una proiezione verso l'ibridazione interno/esterno, svanita l'immagine mentale di una fluidità dei. percorsi. E' il nuovo Mies, quello dello spazio "del tutto".
E in senso cronologico ma corrispondente anche una sempre più forte tendenza verso questo nuovo pensare abbiamo Casa Farnsworth (1945-50), poi la Crown Hall (1950-56) all'interno del campus IIT , e infine, l'opera che per me è il simbolo del'apice che il Maestro tocca verso questa nuova spazialità algida: la Neue Nationalgalerie (1962-68) a Berlino. Simbolo dello spazio totale a cui,come ho detto su, Mies ormai da più di un decennio anelava attraverso le precedenti sperimentazioni. 

Ogni Maestro ha attraversato varie fasi compositive ed espressive. Tra gli storici, come dicevo, c'è il filone che vede le ultime sue opere come mature, un arrivo di un percorso, ed altri che vedono nella sua evoluzione una rinuncia, un rinnegamento di alcuni valori che potevano essere ulteriormente indagati anzichè abbandonati. Io mi associo a questo secondo filone di pensiero senza negare la poesia e potenza evocativa, la sensazione di metafisico che le sue opere più vicine a noi nel tempo ci fanno provare.

Vi propongo, qui di seguito, un confronto evolutivo tra le piante delle opere che ho citato sopra.

Armando Iacovantuono

Progetto per una casa in campagna di mattoni (non realizzato), 1924

Casa Tugendhat, 1929-1930, Repubblica Ceca
Progetto di case a patio, 1934-38

Casa Farnsworth, 1945-51, USA
Crown Hall, 1950-56, USA
                
                                                                                                                                              
Neue Nationalgalerie, 1962-68, Berlino