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03 febbraio 2013

Foudamentals di Koolhaas. Non ci siamo

Le premesse della 14° Biennale di Architettura non sono convincenti.

Sono rimasto perplesso nel leggere questa dichiarazione di Rem: “Nel 1914 aveva senso parlare di architettura “cinese”, architettura “svizzera”, architettura “indiana”. Cent'anni dopo, sotto la pressione di guerre, regimi politici diversi, molteplici condizioni di sviluppo, movimenti architettonici nazionali e internazionali, talenti individuali, amicizie, traiettorie personali casuali e sviluppi tecnologici, le architetture che un tempo erano specifiche e locali sono diventate intercambiabili e globali. Sembra che l'identità nazionale sia stata sacrificata sull'altare della modernità.”.

Delude innanzitutto l'analisi: agli inizi del Novecento le avanguardie e i nuovi movimenti scompaginarono ordine precostituito in tutte le arti. Non fu più possibile parlare di architetture nazionali. I neo -ismi  si sviluppavano tra l'altro in modo diverso a seconda dei luoghi. Si faticava quindi a trovare comuni denominatori. E allora: la prima missione di Koolhaas di attingere a un comune bagaglio risalente al secolo scorso decade. Il 1914, data iniziale della sua indagine, si presenta già con mille sfumature tali da rendere quasi indistinguibile qual è la tela su cui queste sono dipinte.
Mi sembra un alibi comodo, e anche svogliato, quello di dire "dopo tante biennali sulla contemporaneità" torniamo a parlare della storia, riletta nel modo in cui accenno sopra. Peccato che le precedenti biennali, vuoi per i curatori, vuoi per i temi a volte troppo nebulosi, non hanno saputo dire molto delle direzioni/derive/traiettorie che sta prendendo l'architettura nell'ultimo decennio. Aggiungi l'errata impostazione sulla lettura storia ed ecco quindi 2 grandi errori su cui poggiano le premesse della prossima Biennale 2014.
Ad aggravare la questione ci si mette anche Paolo Baratta, Presidente della Biennale, che dà man forte all'idea di K. annunciando l'analisi e il racconto di grandi narrazioni!
Non esistono più le grandi narrazioni! Ed è quasi offensivo, e quantomeno anacronistico parlarne. Non esistono più oggi filoni architettonici nazionali indagabili filologicamente dal 1914 ad oggi! Basti guardare l'Italia. Convivono più o meno pacificamente nel nostro Paese tanti modi di aggredire il tema architettura. Andiamo in Europa: prendiamo i due tre architetti e urbanisti che lavorano intensamente da almeno venti anni in Francia, penso a Nouvel, Parrault, Pottzamparc: sono l'arrivo di un filone evolutivo dell'architettura francese?
K. ha scelta, mi pare, l'uscita di sicurezza, invece che l'accesso principale come saprebbe e potrebbe fare, per affrontare questa Biennale.

Dopo la deludente e, per alcuni pare, prevedibile performance di Chipperfield abbiamo voglia di una bella Biennale.