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21 febbraio 2013

Muro sì/muro no - inutili dibattiti sull'Ara Pacis di Meyer

Dopo le minacce irrealizzate di Alemanno, che nel 2008, neo-sindaco annunciava La teca di Richard Meier è un intervento invasivo da rimuovere, oggi fa scalpore che si sia finalmente arrivati ad un compromesso riguardo a un piccolo cambiamento che Alemanno è riuscito a strappare a Meier e a Roma: abbassare muro/barriera che separa via di Ripetta dal lungotevere.

Sono sempre stato contro questo oggetto atopico calato in un contesto dove già i muraglioni avevano drammaticamente se pure necessariamente privato l'area del Mausoleo del suo rapporto meraviglioso con il Tevere; beh Meier dà il colpo di grazia, e quel muro simbolico, anche se evocativo di una antica tradizione romana, contribuisce a dichiarare la sua chiusura nel confronti del Fiume.
Comprendo solo chi polemizza sui costi in una città dove passano mesi prima di riparare pericolose buche su strada e manutenere ben più prioritarie opere. Per il resto? Beh quel muro sarebbe proprio da abbattere, ma a che pro se poi si apre la neo piazza di Meier e fontana annessa al caotico incrocio?

Il problema è a monte quindi. L'intervento andava concepito in un diretto rapporto con il Mausoleo (quindi non come già nella precedente teca mussoliniana, come teca/oggetto) e un potenziale link con il fiume, se si fosse realizzato il famoso tunnel che avrebbe pedonalizzato finalmente il lungotevere, ecco, così sì che avrebbe avuto senso l'abbattimento del muro. La questione tunnel: una gara d'appalto vinta e lavori mai iniziati per mancanza di soldi.


Il risultato è un ufo bianco in mezzo a una città che come dice G.Muratore, non ha nulla a che fare con il bianco, volontariamente avulsa da ogni rapporto con il circostante.
Lasciamo il muro com'è, in attesa di pensieri e tempi migliori.





08 febbraio 2013

comminando nella Maison de Verre | Pierre Chareu


Un ottimo documentario.
Incredibile la capacità di Chareu di fondere architettura e design, innestandole con i flussi vitali dell'edificio, di rango e tempi diversi e apparentemente inconciliabili; in un edificio incastonato con sapienza nel preesistente, svuotato in gran parte, e con struttura in acciaio.  Il tutto accadeva in un periodo storico in cui si iniziavano a cantare le lodi del nuovo calcestruzzo armato.


03 febbraio 2013

Foudamentals di Koolhaas. Non ci siamo

Le premesse della 14° Biennale di Architettura non sono convincenti.

Sono rimasto perplesso nel leggere questa dichiarazione di Rem: “Nel 1914 aveva senso parlare di architettura “cinese”, architettura “svizzera”, architettura “indiana”. Cent'anni dopo, sotto la pressione di guerre, regimi politici diversi, molteplici condizioni di sviluppo, movimenti architettonici nazionali e internazionali, talenti individuali, amicizie, traiettorie personali casuali e sviluppi tecnologici, le architetture che un tempo erano specifiche e locali sono diventate intercambiabili e globali. Sembra che l'identità nazionale sia stata sacrificata sull'altare della modernità.”.

Delude innanzitutto l'analisi: agli inizi del Novecento le avanguardie e i nuovi movimenti scompaginarono ordine precostituito in tutte le arti. Non fu più possibile parlare di architetture nazionali. I neo -ismi  si sviluppavano tra l'altro in modo diverso a seconda dei luoghi. Si faticava quindi a trovare comuni denominatori. E allora: la prima missione di Koolhaas di attingere a un comune bagaglio risalente al secolo scorso decade. Il 1914, data iniziale della sua indagine, si presenta già con mille sfumature tali da rendere quasi indistinguibile qual è la tela su cui queste sono dipinte.
Mi sembra un alibi comodo, e anche svogliato, quello di dire "dopo tante biennali sulla contemporaneità" torniamo a parlare della storia, riletta nel modo in cui accenno sopra. Peccato che le precedenti biennali, vuoi per i curatori, vuoi per i temi a volte troppo nebulosi, non hanno saputo dire molto delle direzioni/derive/traiettorie che sta prendendo l'architettura nell'ultimo decennio. Aggiungi l'errata impostazione sulla lettura storia ed ecco quindi 2 grandi errori su cui poggiano le premesse della prossima Biennale 2014.
Ad aggravare la questione ci si mette anche Paolo Baratta, Presidente della Biennale, che dà man forte all'idea di K. annunciando l'analisi e il racconto di grandi narrazioni!
Non esistono più le grandi narrazioni! Ed è quasi offensivo, e quantomeno anacronistico parlarne. Non esistono più oggi filoni architettonici nazionali indagabili filologicamente dal 1914 ad oggi! Basti guardare l'Italia. Convivono più o meno pacificamente nel nostro Paese tanti modi di aggredire il tema architettura. Andiamo in Europa: prendiamo i due tre architetti e urbanisti che lavorano intensamente da almeno venti anni in Francia, penso a Nouvel, Parrault, Pottzamparc: sono l'arrivo di un filone evolutivo dell'architettura francese?
K. ha scelta, mi pare, l'uscita di sicurezza, invece che l'accesso principale come saprebbe e potrebbe fare, per affrontare questa Biennale.

Dopo la deludente e, per alcuni pare, prevedibile performance di Chipperfield abbiamo voglia di una bella Biennale.