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19 ottobre 2012

verso la Smart City-conferenza / towards to Smart City-conference

In poche righe, alcune riflessioni dopo la conferenza


i lunedì dell’architettura 
VERSO LA SMART CITY 
Lunedì 15 ottobre ore 19.30
 

Roma, sede ACER, via di villa Patrizi 11

Incontro nell’ambito delle iniziative del Padiglione Italia – 13. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia.



Rilevo un certo disorientamento della nostra disciplina nell'affrontare questo tema, che tenta di essere studiato su più fronti: sociologico, tecnico, tecnologico, ambientale, ecc.; ma se da un lato questi temi rappresentano tanti aspetti tutti trasversali al concetto ancora poco conformato di smart city, dall'altro sono la prova della confusione che regna ancora sull'argomento e che denota i limiti dell'attuale riflessione, a mio avviso incapace di far avanzare in queste modalità l'indagine.

Eminenti esponenti nel campo della cosiddetta bioarchitettura propugnano un approccio tecnologico che tentato di fondere con le questioni dell'antropizzazione dell'ambiente, chiaro e onorevole tentativo superare una lettura tutta tecnologica a favore di una più complessa ricerca di relazioni con il sociale. I tecnici, ingegneri, fisici, informatici, vedono le smart city come un etnosfera ipertecnologica, prefigurando un ambiente di cui l'uomo più che essere l'attore principale ne diventa un succube comparsa. I sociologi tentano di indagare le tendenze ma soprattutto i conflitti dell'essere contemporaneo nel suo abitare il mondo, che non trovando reali riscontri dovuti dell'assenza di una parallela riflessione della nostra disciplina rimangono letture astratte. 

Ma  in questo disorientamento generale, l'indagine sociologica è attualmente lo strumento basilare da cui si dovrà partire per scoprire come rendere intelligente una città, o in senso esteso un centro abitato.E' impossibile con letture parziali tracciare il solco evolutivo delle nostre città nel futuro. La chiave sta appunto nel saper connettere le istanze analitiche delle sono le scienze umane con l'architettura e l'urbanistica nei sui campi di indagine specialistici. Solo attraverso la comprensione delle complesse relazioni che l'uomo instaura nei confronti dell'ambiente sempre più tecnologico (la cybersfera), e per converso la cybersfera nei confronti dell'uomo, che getteremo le giuste basi per preconizzare la città del futuro.

06 ottobre 2012

"Un utensile, [è] qualcosa che - come aveva scorto bene il pensiero antico - prolunga e rinforza l'azione delle nostre membra, dei nostri organi sensibili [è] qualcosa che appartiene al mondo del senso comune. E che non può mai farcelo superare. Questa è invece la funzione propria dello strumento, il quale non è un prolungamento dei sensi, ma nell'accezione più forte e più letterale del termine, incarnazione dello spirito, materializzazione del pensiero."


ALEZANDRE KOYRE', epistemologo, in  Etudes d'histoire de la pensée scientifique, 1966

05 ottobre 2012

"L'architettura è una organizzazione di materiali allo scopo dell'abitare, per mezzo di una forma costruita dotata di significato."






V. GREGOTTI,  Casabella luglio-agosto 1985

03 ottobre 2012

sept2008__La dimensione umana dell'architettura /The human dimension of architecture

pubblicato su presS/Tletter n.25-2008

Penso che molta architettura che più strettamente appartiene ai nostri tempi tenda ad autocelebrarsi dimenticando la dimensione umana che essa inevitabilmente dovrebbe avere. L'architettura dovrebbe conservare oggi, almeno in parte, quel rispetto per la dimensione fisica ed emotiva dell'uomo. Egli si sente spesso spaesato di fronte a troppo puri e algidi mega spazi contemporanei  L'uomo ha forse bisogno di riconoscersi ancora nello spazio che lo circonda. Ciò spesso ha significato irretire l'architettura, impedendogli di essere qualcosa in-divenire, come un organismo autonomo che si evolve in base ai fenomeni ambientali che accadono fuori e dentro esso. Se si trovasse il giusto rapporto tra uomo e architettura, senza per forza tornare a schemi di inizio XX secolo, forse egli si troverebbe più a suo agio tra gli "organismi "che poco a poco nascono qua e là nelle nostre città e paesi.

02 ottobre 2012

nov2007__Rosso Trevi: opera d’arte o delitto? / Trevi Fountain on red: artwork or crime?


pubblicato su presS/Tletter n.32-2007

E' stato un peccato non aver avuto occasione di vedere dal vivo le acque della Fontata di Trevi tinte di un rosso vermiglio. Ad ogni modo, la prima istintiva ed inconscia impressione ed immagine che sì è palesata nella mia mente è quella degli accesi colori della Pop Art, che negli anni 60-70 rivoluzionò la comunicazione e la percezione di massa. Non si può fare altro che apprezzare questo gesto, che invece nella mentalità dell'italiano medio forse ha creato soltanto sdegno, e un grande senso di fastidio; sì l'italiano medio, abituato alla propria città immobile da secoli, dove la cultura della divinizzazione dell'antico, del modo classico di percepire i lasciti della storia architettonica passata, prevale su qualunque minimo e anche transitorio, estemporaneo cambiamento, assolutamente non dannoso. E' un meccanismo complicato, una specie di educazione alla finta moralità estetica che si perpetra dalla fine del Movimento Moderno, o forse dalla fine di quello post-Moderno. L'immutabilità della percezione, dell'immagine fuggente dell'oggetto, della sua manierizzazione ( e con questo termine intendo la ridondanza delle sue peculiarità attraverso l'accentuazione delle stesse) "è colpa", - come afferma l'importante critico di architettura L.Prestinenza Puglisi, - "delle Sovrintendenze, degli ambientalisti, e dell'opinione pubblica, che non è educata alla contemporaneità. Qualsiasi intervento trasformativo è subito bloccato da chi si sente tranquillizzato dal feticcio antico." Va bene, ci sono andato pesante con questa similitudine tra il pensiero di Prestinenza Puglisi e la fontana di Trevi colorata di vermiglio, ma a ben rifletterci quel gesto è una di una genialità che ha messo a nudo la reazione tipica italiana di fronte a azioni che mutano l'immutabile, lo mutano senza danno per l'oggetto architettonico che preserva la sua dignità la sua forma il suo messaggio, ma che rinasce, ritorna in vita dalla sua quiescenza, dal suo torpore che nella Roma cenerentola scuote gli animi. E' emblematico un titolo apparso sul giornale dove veniva citato V. Sgarbi come UNICA "voce fuori dal coro" (cito testualmente). Ha avuto la "sfortuna" di essere il primo a esprimersi a favore di questo gesto: "E' un buon gesto: un po' di colore in una città addormentata".Dico che è emblematico perché chi ha scritto quell'articolo pensava che sarebbe stata forse l'unica coraggiosa (sottolineo) voce fuori dal coro, abituati come siamo alle sue dissacranti critiche, e così non è stato. C'è stato sì lo sdegno di tanti, anche personalità illustri come il sociologo Ferrarotti che si è scagliato contro il gesto perchè "quel colore ha richiamato a tutti la realtà sanguinosa di oggi". Ma c'è stata soprattutto e per fortuna l'approvazione di quelli che voglio chiamare "eletti": coloro che evolvono il pensiero sublimandolo dal vecchio, a nuovi messaggi, coloro che conoscono la semantica artistica (in senso lato, in quanto l'arte non deve avere semantica, come insegna un grande conoscitore dell'a storia dell'arch. antica e contemporanea Sergio Bettini).Quali questi eletti? Ugo Nespolo, pittore e scultore Pop Art: "Fontana di Trevi Rossa. Finalmente! Evviva!>>; Ennio Morricone, il grande compositore e premio Oscar alla carriera, che allegramente dice: "Quel tizio si merita una multa, ma ha avuto davvero un' idea geniale". Mi e' utile citare di nuovo L.P.P., perchè sulla mia tesi dell'immutabilità che ora sto sostenendo, egli ne scrive qualcosa di simile come si è visto, a proposito proprio dell'arch. nei centri storici; e punta i piedi. "Noi abbiamo un modello di sviluppo basato fortemente sul turismo e, si sa, i turisti si accontentano degli stereotipi: se voi andate a Venezia, potete vedere frotte di giapponesi che, messe sulle gondole, si sentono cantare O sole mio: nulla di più osceno, però i giapponesi non se ne accorgono e pagano la pessima prestazione con Yen sonanti. L'importante è che si suoni O sole mio e non del rock che invece si aspetterebbero a Londra. Sulle nostre città riflette il filosofo Gianni Vattimo: "Trevi può essere una via d' uscita al grigiore delle nostre città. Il problema delle città oggi è di essere grigie, la gente è infelice. Per questo trovo che la fontana rossa non sia stata una cattiva idea." E a proposito del bigottismo del ben pensare e dell'immutabilità Oliviero Toscani, mago delle provocazioni attacca : "Ma sì, naturalmente i bigotti si sono spaventati, perché la creatività spaventa. Finalmente invece ecco una cosa fresca: che bello, che meraviglia, una fontana rossa di un rosso che non è sangue, non è violenza. Un' azione molto futuristica, non c' è dubbio. Roma che ha ancora le mestruazioni, Roma che non è in menopausa, può avere ancora bambini, è ancora fertile">>. Questa è "l'aere" che si respira in Italia.
Semanticità dell'arte ho detto prima. Ogni oggetto artistico non deve essere interpretato come entità significate (punto fondamentale del pensiero critico di Bettini). Egli afferma che il linguaggio poetico non rappresenta, non riflette non rimanda ad altro, è presenza. Colorare di rosso l'acqua della fontana di Trevi è un'opera poetica che non deve essere classificata catalogata e giudicata, è il qui, è l'adesso, non deve significato altro che ciò che si vede al momento, con il suo carico emotivo. Allora ci si chiederà: e la rivendicazione di un fantomatico neo-movimento futurista? Non è un messaggio questo? Ci può stare! Perchè è un messaggio estrinseco all'opera, e in quanto tale qualsiasi messaggio poteva starci bene. E' la firma di un "segno poetico" che non ha strascichi, che non sovverte nulla ( almeno per ora).
Anche Cesare Brandi, altro grande critico, storico dell'arte e saggista italiano, ha sostenuto l'irrilevanza del significante di ogni opera d'arte, in contrasto con la scuola iconologica panofskiana secondo la quale è esseziale, attraverso lo studio delle forme e i loro valori simbolici, risalire al significato dell'opera. Anche per i cosiddetti strutturalisti l'opera d'arte è un insieme significativo di segni da decodificare tramite un approccio semiotico. Quindi sto facendo un ulteriore passo avanti in questa mia riflessione: a) il rosso Trevi è opera d'arte b) il rosso Trevi NON è catalogabile, significabile come forma. Il brandi conia infatti il termine ASTANZA, che indica l'irriducibilità dell'opera a qualunque contenuto che non sia il suo essere "qui" e "ora". Io quindi guardo il rosso Trevi, ed è un "oggetto" che colgo nell'atto del presentarsi. Ecco quindi che il Brandi riconcettualizza il termine FLAGRANZA: ovvero il darsi della realtà come puro momento percettivo. La Fontana di Trevi con la sua acqua rossa è la realtà che si palesa a noi come puro istante, sensazione percepibile dai sensi incontestualizzabile, inconcettualizzabile.
Il rosso Trevi è un segno AUTONOMO, un segno non riducibile a forma di linguaggio, come quello verbale ad esempio. Una tesi INVECE sostenuta Jacques Derrida, filosofo ed epistemologo francese, che sosteneva come non vi fosse nulla fuorché il linguaggio. Errato sostenere ciò. L'arte non è tale se non ha capacità sovversiva, se non indaga sonda altro oltre la pura realtà, e pertanto essa non deve essere codificata a linguaggio, ma capace di librarsi in volo libera dal pensiero classificatore. Se non fosse così non avremmo avuto, una fra tutte, la corrente cubista. Nel momento in cui si scende nella complessità della creatività inconscia, della rappresentazione non canonica, nella concretizzazione di pensieri astratti, si esce fuori dalla logica della codificabilità; si può con il proprio vissuto ricostruire un pensiero e dare forma a un qualcosa di inpresente nella realtà, ma non più di questo.
IL FATTO.
Il 19 ottobre a Roma uno sconosciuto gettava in quella che tra le fontane della città è forse la più conosciuta all'estero (segue la fontana berniniana del Quattro Fiumi a Piazza navona) un secchio di denso colorante rosso vermiglio. Lo sconosciuto è poi fuggito tra la folla dei turisti. Una scatola contenente alcuni volantini è stata trovata al lato della fontana: il gesto è stato rivendicato dalla sigla "Ftm Azione futurista 2007". Non ci sono stati danni ai marmi e alle statue."Oggi nasce con noi una nuova concezione violenta della vita e della storia, che esalta la battaglia a scapito della pace e disprezza voi leccaculodiartificiosipoteri, schiavi del mercato globale", si legge ne volantino di rivendicazione dell'atto vandalico. Nel testo è contenuto un chiaro riferimento al movimento futurista nato a Parigi nel 1909, si rivendicano i legami di quel movimento e si afferma l'intento di essere all'avanguardia e scontrarsi "contro tutto e contro tutti con spirito di lotta e sana violenza" ma soprattutto di fare "di questa società grigioborghese un trionfo di colore". Ma non è tutto qui. Nei volantini di Azione futurista c'è anche un attacco alla Festa del Cinema. "Voi solo un tappeto rosso... noi una città intera color rosso vermiglio: rieccoci", si legge sui fogli lasciati nei pressi del monumento progettato e costruito da Nicola Salvi e finito da Giuseppe Panini nel 1762. Il documento è lungo una trentina di righe e termina con il grido "Eja! marciare per non marcire, lottare per non morire, e la firma azione Futurista con una piccola riproduzione di un'opera d'arte futurista". Nel testo c'è anche un riferimento alla lotta contro il lavoro precario e contro una società "mercatocentrica".
Spiccati i toni retorici del finale. "Inizia così per noi futuristi un nuovo millennio, una nuova adesione alle evolute tecniche e ai nuovi mezzi espressivi, interpretando un rinnovamento totale. - annuncia azione Futurista 2007 - Daremo forza alla lotta contro gli scialacquamenti del regime, il precariato, l'usura, il mercimonio della bellezza, la falsità della legge, la provvisorietà della vita dei lavoratori, l'incertezza del domani e per la libertà dei popoli".
Sull'altro lato dei volantini c'è invece lo slogan "Una macchia di colore vi tumulerà" e un cenno al precariato: "Noi precari, disoccupati, anziani, malati, studenti, lavoratori, stiamo arrivando con il vermiglio per colorare il vostro grigiore''. Infine un nuovo attacco alla Festa del Cinema. "Ancora la festa del Cinema viene sintetizzata in 15 milioni di euro scialacquati, 2,5 milioni di euro solo per pagare il conto degli alberghi, e la chiamano festa". Infine uno sberleffo al cinema di Roma: Quattro cortigiane, una vecchia gallinaccia e un puffo - si legge nel volantino - questo è il Cinema di Roma''. (estratto da Tgcom)
Il 22 ottobre Graziano Cecchini, il presunto autore della beffa, davanti alla Questura di Roma, più futurista che mai, dettava ai cronisti: «C' è il rosso del Red Carpet, il rosso Valentino e il rosso Ferrari. Ora c' è anche il rosso Trevi».

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01 ottobre 2012

oct2006__Commento a PYCTA / Review of PYCTA

PYCTA _una proposta di spettacolo multimediale, tra la danza, l'architettura, e le tecnologie della motion capture e della motion graphics.


E' secondo me uno spettacolo che in qualche modo e per varie ragioni rappresenta il mondo della contemporaneità; e lo fa in modo forte, acuto, quasi esasperato.
A questo racconto della contemporaneità concorrono varia aspetti: la musica, i costumi, ma soprattutto l'ambiente curato da lei, che influenza secondo me le altre due cose. 
Prima di tutto vorrei spiegare con pochi elementi cosa intendo quando parlo di contemporaneità: intendo la velocità, il disordine (di cui essa ne è in parte causa); intendo la moltitudine di idee pensieri, e azioni contrastanti delle persone, effetto/causa della società dell'informazione e del costante incalzante progresso tecnologico; la società dei paradossi, lo smarrimento come perdita di alcuni punti fissi, forse di valori sani; e potrei continuare con chissà quanti altri elementi... Forse SMARRIMENTO è la parola più rappresentativa: lo noto nell'arte, nella musica - la nascita di nuovi suoni non più armonici (la nuova House-Tekno-Electro music, il digital sound) - e anche nell'architettura (la mancanza di un pensiero comune, di un filone nel quale riconoscere idee progettuali si questo o di quell'architetto, senza per forza creare un catalogo di tipi e forme). Anche nei progetti che ho pensato in questi ultimi due anni ho cercato di rappresentare la contemporaneità (lo smarrimento), usando la metafora del FRAMMENTO, che mi sembra la migliore. 
Ecco, Pycta, sembra raccontare questi nostri anni...
Lo spettatore viene a contatto immediatamente con la scena da appena si siede. Viene come catapultato nella narrazione, che non ha un vero e proprio inizio, di quelli ufficiali e pomposi (direi accademici). Questo grande nastro tranciato in altri più piccoli, che pendono parallelamente sopra il luogo della scena, invadendola, e quindi influenzandola; si comprende subito che sarà la chiave di violino di tutto il seguito. 
Come dicevo non si assiste a un momento preciso in cui il tutto inizia. Sin da subito si notano nella penombra, in cui ancora cavea e scena è immersa, queste figure in movimento, un movimento quasi meccanico e robotico ed iniziano a muovere questi nastri, arrotolandoli, srotolandoli, tirandoli indietro e avanti. Altra sullo sfondo sono immobili e si potrebbe pensare che si stiano ancora preparando per poi entrare in scena, invece anche quel margine è parte della scena stessa. E da lì si spostano e si intercambiano tra di loro per muovere continuamente il nastro e creare di continuo un nuovo luogo. Tutta la scena è di un colore neutro; gli unici colori son quelli quasi casuali dipinti su questi asimmetrici costumi, anch'essi ad esaltare un continuo movimento secondo me.
La musica è un misto di suoni: intervalli metallici, su un sottofondo debole dal carattere quasi arcaico e impercettibile. 
Ma l'altro elemento pur forte dopo il grande nastro regista del tutto, è questa figura in movimento. Una figura con una tuta sulla quale sono attaccati questi sensori che registrano il movimento e attraverso una particolare tecnica software lo restituiscono digitalmente su questa figura colorata e stilizzata che viene proiettata ora sul nastro, ora dietro di esso ora per terra, distorcendola, deformandola. 
Ma questa figura si muove in modo asincrono con la musica, movimenti scattanti ma fluidi allo stesso tempo; e asincrona con le altre figura che sullo sfondo continuano a muovere l'architettura scenica (il nastro). 
Questi suoni metallici, queste voci sfuggenti di sottofondo, si fanno sempre più frequenti, la scena prende un ritmo più veloce. Questa tuta sensoriale viene indossata costantemente da personaggi diversi per alternasi in questa danza plastico-fluida...ed in contemporanea ogni altra figura danza autonoma nell'architettura del nastro, mossa da un proprio ritmo incurante del suoni, e del ritmo dell'attrice principale: la danzatrice "digitale" se posso usare questo termine. 
Ma così come lo spettacolo era iniziato con una sincronia - la danzatrice "digitale" e le altre figure si muovevano insieme -, tornano ora a danzare sincronicamente, tra i caotici nastri curvati... e lo spettacolo sfuma in un senso che ognuno può autonomamente interpretare, ma comunque credo una sorta di sfumatura nell'indefinitezza del contemporaneo...


A personal review of PYCTA_

a multimedia production in which dance, architecture and the technologies of motion capture and motion graphics are skilfully interwoven to produce a masterpiece of its kind

TRANSLATION COMING SOON